Francesco Targhetta, classe '80, ha alle spalle laurea in lettere e dottorato in italianistica. Al momento è ricercatore all'Università di Padova, ma ha anche fatto l'insegnante. Nel suo piccolo, è un simbolo del precariato intellettuale che coinvolge decine di migliaia di giovani italiani. Targhetta sta per pubblicare il suo primo libro, "Perciò veniamo bene nelle foto" (in uscita il 16 febbraio). Lo pubblica la casa editrice Isbn, la stessa con cui ha esordito, nel 2006, Michela Murgia, autrice di un testo-manifesto del precariato giovanile: "Il mondo deve sapere".

La novità (perché altrimenti si tratterebbe dell'ennesimo nuovo romanzo sul precariato...) è che Targhetta, con una scelta tanto folle e rischiosa quanto unica nel suo genere, ha scritto un romanzo in versi (sotto pubblichiamo due estratti in anteprima, ndr).

"A metà tra il romanzo di formazione e il poema del quotidiano, questa è la storia di un dottorando e dei suoi – altrettanto precari – coinquilini, che, tra prosecchi di sottomarca e pezzi rock improvvisati in sala prove, condividono le giornate in un quartiere dal «corpo bisunto» nella Padova popolare, tra ucraini, moldavi e vetero-marxisti disillusi", si legge nella scheda di presentazione di questo romanzo in versi. Ma "Perciò veniamo bene nelle foto" è soprattutto un'operazione letteraria complessa e a suo modo sovversiva. A una lettura frettolosa alcuni passaggi del libro possono ricordare i testi amatiodiati di Vasco Brondi. Ma Targhetta va ben oltre: e fa un lavoro d'altri tempi sulla metrica e sul "suono" dei suoi versi, dimostrando che forse si può ancora creare una nuova lingua letteraria, allo stesso tempo classica e contemporanea, capace di entrare dentro a un presente complesso al limite dell'ineffabile.

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